Della direzione d’orchestra fino a pochi anni fa ,  ma qualcuno ci prova ancora oggi,  se ne voleva fare l’unica arte senza una tecnica codificata, pochissime cose che potevano essere enunciate il tempo di un caffè al bar.

In una decina di minuti tutto era risolto, del  resto gli stessi Riccardo Muti e Antonio Ballista, entrambi allievi di Antonino Votto, riferiscono che le delucidazioni del loro maestro su questo argomento occupavano in tutto un paio di minuti scarsi.

Si è sempre convenuto che la tecnica è personale…, non si può insegnare…., che ognuno deve trovare il suo gesto… (qui ci potrebbe  anche essere un fondo di verità), che si acquisisce con la pratica… ecc ecc…  E’ finanche  possibile trovare su youtube un documentario su Furtwängler, quindi risalente a circa sessanta/settanta anni addietro, dove viene esplicitamente affermato  nei titoli  di coda che   questa è l’unica arte senza regole fissate.  Insomma,    viene del tutto ignorato il fatto che alla fine dei conti la trasmissione di informazioni durante un’esecuzione avviene attraverso l’utilizzo delle braccia.  Addirittura nel manuale di Hermann Scherchen per trovare qualcosa sulla tecnica bisogna giungere alla metà circa del libro, questa viene liquidata in una dozzina di righe a fondo pagina che possono essere sintetizzate in “il gesto del direttore deve essere chiaro”.

Questa illusoria mancanza di regole fissate ha spinto illustri solisti a fare il passo più lungo della gamba, gettando una disdicevole macchia nelle loro onorate carriere e sminuendone la loro grandezza.  Maurizio Pollini ha avuto l’intelligenza -che altri non hanno avuto- di fermarsi in tempo.

E’ inoltre incontrovertibile il fatto che il direttore spessissimo non ha una chiara coscienza delle reazioni che provoca, poiché in genere una buona orchestra, pur di portare a casa  la faccia , è portata istintivamente a “parare i colpi”  , lasciandolo così nella convinzione di aver conseguito grandi risultati.  Qui sta l’inghippo!  (Vedi nella colonna a fianco l’intervista ad Antonio Ballista).

Questa è una cosa che si verifica tutti i giorni sotto gli occhi di tutti ma probabilmente gli unici che coscientemente  se ne rendono conto sono i professori d’orchestra.  

Sono sicuro che senza questo salvagente “invisibile”, che si attiva automaticamente appena c’è aria di pericolo, decine e decine di carriere illustri non si sarebbero mai potute realizzare.

 

In realtà Ilya Musin ha dedicato oltre 7 decenni alla didattica,
 ed una buona parte di essi alla codificazione della tecnica; Musin, infatti,  prestissimo si è reso conto di trovarsi di fronte ad un linguaggio. 

Ha osservato a lungo studenti, se stesso, direttori provenienti da ogni parte del mondo – i cosiddetti “direttori del passato” che però allora erano agili ed in buona salute, spesso intrattenendosi con loro in lunghe discussioni: Mitropoulos, Walter, Scherchen, Busch, Klemperer, Knappertsbusch…

Ha osservato e messo in relazione i fenomeni ed ha tratto le sue conclusioni redigendo  le leggi che li disciplinano.

Musin ha esteso e riformulato il concetto di tecnica della direzione d’orchestra: non più quelle quattro nozioni da tazzina di caffè.

Un magistero continuo dal 1927 fino al 1999 un paio di giorni prima della sua morte.

Laboriosità costellata da una pleiade impressionante di direttori sfornati dalla sua classe, Rudolf Barshai, Yuri Temirkanov, Semyon Bychkov, Valery Gergiev, Tugan Sokhiev, Teodor Kurentsis tanto per citarne qualcuno,  a volte personalità musicalmente in netto contrasto fra di loro se non addirittura agli antipodi,  ma ciò che interessava ad Ilya Musin non era creare direttori con lo stampino ma, rispettando le loro personalità, dare loro i mezzi tecnici per esprimere  chiaramente la loro visione della partitura ed essere quindi agevolati durante le prove e nel lavoro di orchestrazione. E questo è l’aspetto sostanziale ! infatti i direttori che provenivano dalla sua classe  si distinguevano per chiarezza gestuale, non intralciavano quindi i musicisti durante il lavoro, di conseguenza venivano ingaggiati ad occhi chiusi nelle più importanti istituzioni musicali dell’ ex Unione Sovietica, ed in breve tempo ai vertici di tutti i teatri si potevano trovare studenti provenienti dalla classe di Musin: questo contribuì a creare il mito della scuola di direzione d’orchestra di Leningrado.

Questo  è un fattore che oggi ancor più gioca un ruolo essenziale. Nei nostri tempi dove i budget sono ridotti all’osso, dove i tempi delle prove ridotti al minimo indispensabile possedere una chiarezza tecnica è una carta vincente. 

 

di Ennio Nicotra