Tecnica della direzione d’orchestra: la lezione di Carlos Kleiber

Fritz ReinerIl direttore d’orchestra è il punto di riferimento di tutti gli orchestrali,

tutti ricevono da lui una serie di informazioni che poi consapevolmente o meno trasformano in suono, in un’esecuzione che riflette l’interpretazione del brano che il direttore ha ricostruito nella sua mente dopo un attento e meticoloso studio della partitura.

Il direttore può instillare le sue idee durante le prove ovviamente.

Prendiamo Fritz Reiner come esempio di uno stile direzionale piuttosto austero; ci troviamo di fronte ad un musicista di enorme spessore, sappiamo che le sue prove erano molto accurate e dettagliate, la sua conoscenza a memoria della partitura e delle singole parti ovviamente suscitava la riverenza ed il timore degli orchestrali, anche se musicisti con queste qualità non sono una rarità come si potrebbe pensare.

Godeva di un rispetto e dominio assoluto, per quasi 20 anni è stato il direttore stabile della Chicago Symphony.

Osserviamo e ascoltiamo  fino in fondo  molto attentamente questa sua esecuzione dell’introduzione della VII di Beethoven:

http://www.youtube.com/watch?v=2MhzvayEVp0

Riflettendo però sul  risultato finale -squisitamente musicale-  notiamo una certa staticità. Esaminiamo quindi molto attentamente la sua direzione e poniamoci le seguenti domande:

di fatto quali informazioni sta trasmettendo all’orchestra?

  1. Tempo? si (anche se all’inizio si nota un progressivo cedimento)
  2. Dinamica? si.
  3. Fa vedere tutte le entrate? Si, con lo sguardo controlla tutti.

Qualcos’altro? Non saprei.

Come sappiamo, la musica non è fatta solamente da tempo dinamica ed entrate..

Se dovessimo ricercare nella direzione di Reiner indicazioni su aspetti più prettamente musicali come

  • fraseggio
  • carattere
  • struttura e andamento della frase
  • costruzione del periodo
  • agogica

noteremmo dopo qualche minuto che esse mancano.

Infatti il risultato è statico, manca l’incedere in avanti, come se si camminasse sempre sullo stesso posto senza imboccare alcuna direzione. Questa infatti è la critica che di solito gli veniva mossa .

Carlos Kleiber OrchestraUn direttore deve trasmettere durante l’esecuzione una serie di informazioni globali sulla visione del brano, non solo il tempo e la dinamica.

Tutte quelle informazioni essenziali per rendere il brano vivo, l’esecuzione interessante, tenere la tensione sempre costante.

Osserviamo lo stesso brano sotto la direzione del mai pianto abbastanza Carlos Kleiber.

Lui in quel momento incarna la settima di Beethoven, possiamo “vedere” il carattere, la gioia, la forza dirompente di questa musica sprigionarsi attraverso tutta la sua persona, dall’espressione del viso ai movimenti del suo corpo, e le braccia ovviamente, e queste informazioni come le vediamo noi soprattutto le vedono gli orchestrali, che hanno gli strumenti in mano…

Ma analizziamo adesso con la lente d’ingrandimento i primissimi secondi  delle due esecuzioni per spiegare non solo esteticamente ma più scientificamente le differenze fra loro e per dare la possibilità anche ad un occhio profano, -tutti quelli che si chiedono “cosa fa il direttore?”-,  di sbirciare per un attimo dentro quest’arte  una volta considerata “misteriosa”e l’unica senza regole fissate:

Il problema è la compensazione del transitorio d’attacco, il  famoso ritardo dell’orchestra

(diverso tra le sezioni degli archi e dei fiati, ma questo problema con la tecnica di Musin è risolto perfettamente, e lo studio con i pianisti è un ottimo simulatore di volo per il successivo volo libero con l’orchestra ed una perfetta sincronizzazione fra le due sezioni).

Noi sappiamo che l’emissione del suono avviene durante la terza fase dell’attacco: la risalita del braccio. (vedi articolo relativo)

Guarda dunque attentamente Reiner:  dà il colpo, il braccio sale in alto, si ferma e dopo un brevissimo istante c’è la reazione dell’orchestra, quindi già in quel preciso momento non è insieme ai musicisti, è fuori, deve aspettarli per reinserirsi e dare l’attacco successivo,  questo si ripeterà in continuazione nel corso di questi 6 minuti.

Inoltre, imperturbabile,  continua a dirigere utilizzando lo schema dello staccato ( l’oboe ed il clarinetto, hanno indicato la legatura) ,  e spesso  si deve soffermare per attendere il suono, molto evidente nella quarta battuta con le crome dell’oboe che esita, perché il braccio fermo di Reiner non consente al professore di prevedere l’impulso successivo. In questo preciso istante è palese una situazione di incomprensione abbastanza frequente, direttore e musicista si attendono a vicenda.

Di fatto, quindi,  non c’è il legato, i quattro punti dello schema sono isolati,  scollegati musicalmente fra loro, manca la continuità, il far vedere come si muove in avanti la musica,  questo provoca anche un cedimento del tempo, oltre che ad un piattume generale per tutta l’introduzione.

Nella musica, al contrario, è importante fare vedere quello che succede TRA un impulso e l’altro

Tutto ciò lo troviamo  osservando Kleiber: per comprendere come compensa il transitorio d’attacco guarda molto attentamente l’attacco iniziale , innanzitutto il gesto è unico e continuo (questo incide tantissimo sulla qualità del suono, i fiati possono respirare molto comodamente), non si ferma in alto come fa Reiner proprio nella primissima inquadratura del video, e l’emissione del suono avviene nel momento in cui il suo braccio si trova nel punto più alto (terza fase) esattamente insieme all’orchestra. A differenza di Reiner quindi non deve fermarsi ad attendere,  e ciò è  determinante per ciò che segue, infatti gli consente di poter andare subito avanti senza esitazioni. La musica comincia a fluire fin da subito.

Poi, giustamente, dirige legato i soli e, facendo vedere la continuità e il legame fra i quattro impulsi dello schema,  non provoca cedimenti di tempo.

Come forse molti di voi avranno intuito da questa breve analisi c’è un legame inscindibile fra ciò che fa il direttore e la reazione dell’orchestra; tutto quello che fa o non fa trova una corrispondenza in musica. Per dirla in parole povere: l’orchestra, cosciente o no,  suona quello che vede, le informazioni che riceve.  E’ del tutto naturale che cambiando il direttore cambi il suono e la maniera di suonare dei musicisti, è ovvio, non c’è alcunché di misterioso o sovrannaturale , o di gridare al miracolo come a molti farebbe piacere credere, ognuno di noi trasmette informazioni diverse.  E’ necessario però essere profondi conoscitori della tecnica e avere un occhio allenato per accorgersi di tutti questi dettagli e mettere in relazione azione-reazione. Queste appena analizzate, ad un occhio non allenato,  sembrerebbero inezie trascurabili ma in realtà fanno la  differenza e  abissale per giunta! Ed è altrettanto comprensibile che avere una profonda conoscenza e padronanza della tecnica – di questa tecnica- ci dia una differente capacità di saper gestire determinate situazioni a nostro vantaggio. (questa introduzione della settima non è così facile come sembra, con gli allievi ci dedichiamo molto molto tempo, anche più di una lezione!).

La partecipazione emotiva all’esecuzione, inoltre, è indispensabile, coinvolge emozionalmente e fisicamente gli orchestrali, al contrario la sua mancanza rende l’esecuzione asettica e statica.

Spesso il rapporto con l’orchestra è falsato dagli orchestrali stessi che -in brani di repertorio e ben conosciuti- tendono a colmare le deficienze del direttore risolvendo molti problemi automaticamente, in certi casi addirittura evitando di guardarlo, ma ciò è possibile fino ad un determinato limite; difficilmente un’orchestra  – nonostante tutta la buona volontà –  potrà mai compensare l’assenza di espressività, mettere passione ed entusiasmo ed una idea unitaria e globale della partitura  se queste mancano nel direttore.

E’ il direttore che trasfonde  un’ unica visione del brano, egli è la colla che unisce le diverse personalità degli orchestrali, che ne fa un unico strumento.

Mi è capitato durante una masterclass di sentirmi chiedere dal responsabile dell’orchestra di cambiare brano ad uno studente: loro avrebbero volentieri suonato quel pezzo ma, nonostante una chiarezza tecnica, la mancanza di partecipazione emotiva dello studente rendeva l’esecuzione piatta tediosa e priva di agogica.

Abbinare una chiara tecnica ad un coinvolgimento emotivo è il mix ideale, l’uno necessita dell’altro e si devono fondere in un tutt’uno, completarsi a vicenda. La tecnica rimane uno strumento sterile se non è vivificato dalla partecipazione emotiva.

di Ennio Nicotra

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2 Comments

  1. Luis Albert Ayala Hermosa 24/07/2016

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